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Estratto del libro “La meditazione mi ha salvato di Phakyab Rinpoche e Sofia Stril-Rever

Prologo

IL MIO DESTINO È SIGILLATO

16 novembre 2003. Dall’inizio del pomeriggio, fulmini si torcono nel cielo. E’ notte in pieno giorno a Manhattan. Segno del destino, sotto una coltre di nubi, il sole penetra la penombra della mia stanza d’ospedale. Occhio aperto nella tempesta che si butta all’assalto dei grattacieli di New York, il suo sguardo mette a nudo la mia sofferenza. Mi siedo con difficoltà, il tronco stretto in un busto metallico. Come fosse una corazza di tartaruga mutata in scaglie di alluminio e polipropilene, mi chiude in una gogna rigida. Al punto che rischio a volte di esserne soffocato. Ma questo supplizio è ormai indispensabile per poter mantenere le mie vertebre corrose da una tubercolosi ossea.

Chiudo gli occhi e respiro profondamente per tentare di controllare il dolore. La schiena mi pugnala e ho, ad intervalli regolari, delle sensazioni laceranti al piede destro che deformano una cancrena in stadio avanzato. Il bendaggio non riesce a contenere l’odore nauseabondo della carne purulenta che esala la mia piaga. Fino a darmi la nausea.

Il rumore dei tuoni si distanzia. La tempesta si allontana. Dalla finestra, con le tende chiuse, una nuova ondata di sole mi sommerge. Accolgo con gioia il suo tepore sul mio viso. I suoi raggi abbaglianti mi trasportano lontano, molto lontano dall’ospedale Bellavista in Lower Manhattan. Evolvo in seno all’irradiare sovrannaturale del cuore di Avalokiteshvara, il Buddha della compassione dalle mille mani. Nel suo palmo della mano aperta e in ognuna delle mille mani, mille occhi sono attenti sull’oceano delle sofferenze del mondo che si sforza di soccorrere.

Per noi, Tibetani, il Dalai Lama incarna la presenza della compassione risvegliata sulla Terra. Mi ricordo il suo viso, l’acuità del suo sguardo. Mi parla. Nello spazio del mio spirito, pronuncia con una voce potente ogni parola del suo messaggio che mi è stato trasmesso questa mattina. Le sue parole risuonano con una forza di convinzione che è senza appello: “Perché cerchi la guarigione all’esterno di te? Hai in te la saggezza che dona la forza per guarire. Una volta guarito, insegnerai al mondo come guarire”.

Guarire?

Una sfida per il malato che sono. Come bloccare la super infezione batterica che sfinisce il mio corpo ormai da sei mesi? La sua espansione è, a detta dei medici, incurabile. Sono categorici. Se non seguo immediatamente le loro raccomandazioni nell’amputare la mia gamba destra fin sotto il ginocchio, la cancrena di cui soffro diventerà presto incontrollabile. Morirò di atroci sofferenze. Mi hanno ricoverato la settimana scorsa per sottomettermi ai loro protocolli preparativi l’operazione. Altrimenti non potrò più essere preso in carico come paziente all’ospedale Bellavista. Continuerei tuttavia a beneficiare delle cure di diversi specialisti, nel quadro del programma dei sopravissuti alla tortura gestito dal ministero americano della Salute. Questo servizio permette a vecchi prigionieri politici come me di beneficiare a titolo gratuito, il ricovero, per poter trattare le conseguenze degli abusi e dei pessimi trattamenti inflitti in paesi dove vige il non-diritto.

La necrosi di cui soffro alla caviglia destra, in seguito alle brutalità della polizia, è stata qualificata come “distruttiva”.

La diagnosi stabilisce che il processo di decomposizione della cartilagine, delle ossa e dei tessuti è irreversibile, troppo avanzato per poter considerare una chirurgia conservativa. Ho consultato diversi reumatologi. Sono stati unanimi. Ho letto la paura e l’incredulità nei loro sguardi.

Nel mio stato, come posso aspettare? Dubitare? Rimandare questa opportunità? Ho veramente compreso la gravità del mio stato? L’urgenza di intervenire? L’interprete, che traduce i consulti dall’inglese al tibetano, mi ha informato esaustivamente? Malgrado le numerose raccomandazioni allarmiste, una voce interna mi dice che non devo accettare l’amputazione.

Per avere il cuore in pace, ho posto la domanda per iscritto al Dalai Lama. La sua risposta appena ricevuta conferma la mia intuizione. Non attenderò più. Informerò al più presto il chirurgo ortopedico della mia decisione. Darò, in seguito l’addio al personale di cura che mi ha accolto con tanta benevolenza dal maggio 2003.

Il mio destino è sigillato.