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Estratto del libro “La meditazione mi ha salvato di Phakyab Rinpoche e Sofia Stril-Rever

 

Epilogo

IN QUESTA VITA E IN TUTTE LE ALTRE VITE

 

Sarò pienamente guarito quando avrai finito di scrivere questo libro.

21 luglio 2014, mattino. Rinpoche ha voluto che finissimo questo libro a Dharamsala. Il cielo è pesante sotto la coltre di nubi monsoniche che velano il sole e mitigano il calore. La strada sterrata lascia intravedere le alture della catena del Dhauladar, dominate da pareti granitiche nere e d’ardesia grigia che coronano le nevi eterne. A metà altezza si radicano dei rododendri, dei lauri rosa e delle bouganville, poi dato che stiamo salendo, saluto con gioia i primi cedri dell’Himalaya. I Devadaru letteralmente “alberi degli Dei”, riparano le lunghe ascese dei saggi di altro tempo, offrendogli in cambio dell’incenso, le fragranze dei loro tronchi che aprono le porte dei piani spirituali. Si elevano verso l’alto i loro tronchi ricoperti di una corteccia dalle larghe scaglie color seppia, delimitati da tracce scure.

Il piccolo tratto d’asfalto continua a salire come un laccio a fianco di uno sperone roccioso. Dentro una spessa foresta si staccano due colline gemelle. La prima ha delle costruzioni Namgyal, città dei maharaja di un tempo fastoso e Palazzi di leggende. Dato che ci avviciniamo ai luoghi dove Kundun trovò esilio più di cinquant’anni fa, diventiamo silenziosi. Rinpoché si raccoglie. Sgranando il suo mala, mormora il mantra di Avalokiteshvara mentre entriamo nella colonia tibetana di Dharamsala.

Il villaggio himalaiano è di qui in poi, vinto interamente dalla febbre speculativa degli imprenditori indiani. Influenza persino i bordi del monastero di Namgyak, preservato fino a quel momento. Nei cantieri, dei fabbricati sempre più alti si alzano, sempre più numerosi, di Indiani, invecchiati prima del tempo, e di bambini famelici che trasportano mattoni, ghiaia e sabbia, su cestini caricati sulle loro teste.

La costruzione di hotels, di ristoranti, di boutique di artigianato tibetano o di cachemiri è destinato è destinato ad accogliere folle sempre più numerose di anno in anno. Arrivano da tutto il mondo per sessioni di insegnamento, e si affollano attorno al Dalai-Lama. Sforzandosi di illuminarli piuttosto che di convertirli, soddisfa le loro domande esistenziali e li aiuta a creare le cause della felicità e lo sviluppo della pace interiore.

Dei taxi e dei rickshaws a motore, colorati di giallo e nero, si spintonano a colpi di claxon lungo l’unica strada a fianco della montagna.

“ Riusciamo ad avere degli ingorghi di traffico : questo é segno di progresso, no ?” si diverte Samdhong Rinpoché , una lucina maliziosa nella gravità amorevole del suo sguardo.

Malgrado la modernità che si è invitata al di là delle contingenze, ritrovo nelle cappelle del tempio di Namgyal, la stessa vibrazione di coscienza. Immutata, potente e liberatrice. Gli animali attorno ne sono impregnati, come le aquile, i falchi e i corvi che volano incessantemente formando degli ampi cerchi sopra la residenza di Kundun. O come i numerosi cani ieratici, seduti per lunghe ora vicino ai monaci. Di una dolcezza e di una placidità, tranquilli come dei gatti, non abbaiano durante il giorno. Ma come la notte avviluppa le cime e le cicale fanno sentire i loro canti estatici, iniziano delle interminabili chiacchiere che risuonano lungo la valle. Avranno, a loro modo, integrato l’arte del dibattito che i monaci praticano con tanta perseveranza?

All’alba del secondo giorno che cresce in un giubilio di ori e porpora, mi ricordo i propositi di Rinpoche, ripetuti in due riprese. La prima volta, quando mi chiese di scrivere la storia della sua guarigione e in seguito a New York sei mesi prima “Sarò completamente guarito quando avrai finito di scrivere questo libro”.

Pienamente guarito ? Cosa intendeva ? La risposta arriva a fine soggiorno a Dharamsala.

Siamo seduti su una panchina che domina il piano di Kangra a perdita d’occhio, lungo il Lingkor, il cammino di circumnavigazione rituale che intreccia la residenza di Kundun. E’ ornato dai drappelli devozionali agganciati alle cime degli alberi e dei mulini delle preghiere che fanno tintinnare una campana di bronzo che ruota.

I tibetani di ogni età percorrono questa via per ricevere le benedizioni dai loro capi carismatici mentre risuonano le voci profonde dei collegi monastici di Namgyal, accompagnate dai cimbali, dai tamburi, dalle trombe e dai flauti d’osso. Poiché in questo sesto mese dell’anno lunare, i monaci compiono il grande rituale di Chakrasamvara e la creazione del suo mandala di sabbia colorata, base della pratica dello tsa-lung che ha permesso a Rinpoche di guarire. Finire qui il libro ha tutto un suo senso. Ritorniamo al punto di partenza.

Per un nuovo inizio.

« Ho tre grandi missioni in questa vita, confida Rinpoche, il suo sguardo interiorizzato. Per prima cosa come essere umano, per seconda cosa come maestro di Dharma e per terza cosa come detentore di lignaggio”

Come essere umano, dai 13 anni ho offerto la mia vita al servizio di tutti gli esseri. Nella mia esperienza del mondo, ho quindi adottato un’attitudine di apertura, di fiducia e di accoglienza spontanea di tutti coloro che la maturazione del karma mette sul mio cammino. Nessuno mi è estraneo. Ritrovo in ognuno dei fratelli e sorelle nell’umanità. Come essere umano, abbiamo tutti dentro di noi il gioiello dello spirito risvegliato che rappresenta uno straordinario potenziale di bontà e trasformazione interiore. La base dei miei insegnamenti è l’apertura del cuore e mi sforzo di introdurre gli studenti agli stadi spaziosi dello spirito che abbraccia tutto l’universo degli esseri sensibili. La meditazione dell’apertura del cuore concerne tanto i buddisti quanto i non buddisti poiché nutre i valori umani fondamentali dell’amore, della benevolenza, della compassione, del perdono, dei diritti umani e della riconciliazione. Senza l’apertura del cuore, l’etica resta disincarnata e rischia di trasformarsi in intolleranza. Solo la via del cuore, aiuta a riconoscere sempre il potenziale di bontà e di trasformazione che è la nostra propria natura umana. L’apertura del cuore ci fa talmente amare gli esseri che rinnoviamo ogni giorno un’aspirazione ancora più viva nell’aiutare, al fine che possano trovare la felicità e essere liberati dalla sofferenza.

Nei miei sforzi per alleviare le sofferenze del mondo, sono particolarmente chiamato in causa dal destino delle madri che muoiono dando alla luce un bambino. Fu il caso di mia sorella, quando a 26 anni, mise al mondo mio nipote. Come lei, senza mezzi, molte altre madri nelle regioni distanti del Tibet o nelle colonie tibetane dell’India, non ricevono le cure che gli permetterebbero di sopravvivere e di allevare i loro bambini. E’ un doppio dolore, dolore per le madri e dei piccoli, orfani. La mia prima missione in questa vita è quindi l’insegnamento di un’etica del cuore e la messa in atto di programmi umanitari di cure delle future madri e dell’educazione dei loro bambini, delle bambine in modo particolare. E’ essenziale che i più poveri possano fare degli studi superiori e possano accedere ad uno livello paritario rispetto agli uomini. “quando si educa una donna, si educa un popolo”, così parla la saggezza popolare. Le donne sono la chiave dell’evoluzione e di un futuro migliore per l’umanità”

Il Buddha della Medicina aveva fatto, tra i suoi dodici grandi voti, la promessa di venire in soccorso alle donne che hanno questo karma particolare di trasmettere la vita al prezzo di tante sofferenze. Si era impegnato a condurle sulla via perfetta del Risveglio. Sono emozionata nel sentire che la prima missione di vita di Phakyab Rinpoche si iscrive nella continuità di questa aspirazione, poiché mette la potenza d’azione compassionevole al servizio delle madri e dei loro bambini.

“Come maestro di Dharma, ho una seconda missione. Riguarda allo stesso modo la sofferenza, ma questa volta non si tratta di quella sul piano relativo, ma della sofferenza ultima, della causa stessa della sofferenza. La causa radice di tutte le nostre sofferenze è l’ignoranza fondamentale. La nostra comprensione erronea della realtà crea degli stati di spirito distruttivi, come l’odio, la collera, l’attaccamento, il desiderio, la gelosia o la collera, che perpetuano il ciclo della sofferenza e ci fanno girare le spalle alla felicità. La mia missione è quindi quella di dare insegnamenti che liberano dall’ignoranza attraverso la sconfitta dei nostri nemici interiori. E’ un’illusione profonda il credere nelle avversità. I nemici che si manifestano all’esterno sono la proiezione del nostro spirito incontrollato. Quando abbiamo vinto i nostri demoni interni, nulla più ci turba.

Nella vita del Buddha, ci sono molti esempi del potere dello spirito perfettamente controllato. Un giorno per gelosia, Devadatta gli lanciò contro un elefante dei più feroci, pensando che l’animale potesse far crollare le sue difese o schiacciarlo sotto il suo peso. Ma avvicinandosi al Buddha, l’elefante si inginocchiò.

La notte del suo risveglio, il demone della morte, Mara, sollevò verso il meditante la collera dei venti. Ma delle tempeste terribili, capaci di sradicare gli alberi, non toccarono neppure un lembo della sua veste sacra. Mara chiamò allora le piogge che portano via anche la terra. Senza neppure bagnarlo, le piogge passarono. Quando per finire, Mara ordinò ai soldati di abbattere il Risvegliato, le frecce diventarono fiori a contatto del suo corpo. La luce che irradiava lo proteggeva come in una bolla, in modo che le loro spade si frantumavano e le loro asce furono sbrindellate. Questo è il potere dello spirito stabile e a dimora nella pace primordiale.

Dai miei primi anni di formazione nel monastero di Golok e l’esperienza della mia guarigione singolare, devo in particolar modo trasmettere l’insegnamento della pace interiore che rivela l’infinito potere di guarigione dello spirito. Se possibile, indirizzandomi a terapeuti e a medici per farli impegnare ad integrare la dimensione spirituale dell’essere umano nella loro comprensione della malattia e delle cure. Questa è la mia seconda missione, come maestro di Dharma. Poiché per far sì che la mia guarigione sia completa, deve essere dedicata alla guarigione ultima di tutte le esistenze. Ho fatto voto di guarire a nome di tutti gli esseri. Questo voto si realizza, Sofia, con questo libro di testimonianza. Ti ho affidato la mia esperienza di vita per aiutare i miei lettori a riconoscere il potere del proprio spirito”

Queste parole di Phakyab Rinpoche risuonano come un appello al mondo, dal cuore compassionevole. Ci avviluppano dentro un profondo eco, vibrante di epoca in epoca nella memoria dei mondi. In questa vita e in tutte le vite.

“Ho infine una terza missione, come detentore del lignaggio. Riconosciuto come l’ottavo Phakyab Rinpoche da Sua Santità il Dalai Lama, devo preservare il mio insegnamento spirituale e perpetuare la memoria del mio lignaggio, di questi maestri straordinari che da Kamalashila a Padampa Sangye passando da Darma Dodde, fecero prima di me l’offerta della loro propria vita per tutte le esistenze.

Sono inoltre detentore del trono del monastero di Ashi, benedetto dalle reliquie del cuore di Dje Tsongkhapa, che i Tibetani hanno salvato dalla distruzione ad opera delle Guardie rosse, a rischio della loro stessa vita. In questi ultimi anni grazie alla generosità dei miei studenti, ho potuto ricostruire la cappella di Dje Tsongkhapa e metterò in atto un programma di scambio al fine di poter garantire sufficiente nutrimento quotidiano ai monaci d’Ashi.”

Impensabile per Rinpoche il fatto di fallire nel suo dovere di conservare l’eredità sacra del lignaggio, non meno preziosa della sua stessa vita. E’ commovente ascoltare davanti alla residenza del Dalai Lama che, nella nebulosa inestricabile di cause ed effetti karmici, l’ha riconosciuto vent’anni prima come lìottava reincarnazione di un grande lignaggio.

Un battito d’ali ci fa alzare la testa. Un falco descrive un grande cerchio sopra di noi. Viene a sigillare i propositi di Rinpoche con un sigillo di promessa? La promessa che realizzerà senza fallire le tre grandi missioni della sua vita?

« Ti ringrazio Sofia, per aver scritto la mia storia. Sono totalmente guarito perché tutto è stato compiuto. Con questo libro e conforme al messaggio di Kundun ricevuto sul mio letto d’ospedale undici anni prima, l’ora è giunta per me di poter insegnare al mondo come guarire”

1. Compagno d’esilio del Dalai Lama dal 1959 e Primo Ministro eletto dal governo tibetano in esilio dal 2001 al 2011, porta parola del Satyagraha secondo il Mahatma Gandhi, fu vicino a Jiddu Krishnamurti.